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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS
Consiglio Regionale della Lombardia


" Disabili.com " del 17 Gennaio 2018

Lo scoppio di un petardo e la mia nuova vita da cieco, fra calcio e impegno

 

CREMA. «Amo vivere, anche a luci spente». Poi sorride, Davide Cantoni, 31enne cremasco, cieco dall'età di 13 anni in seguito allo scoppio di un petardo. Nonostante la sua vita sia cambiata totalmente, Davide non si è mai arreso, ha conseguito il diploma ed è attualmente impiegato. «Ho realizzato i miei sogni, anche grazie al buio».

Lo scoppio di un petardo e poi il buio. Quali sono i tuoi ultimi ricordi prima dell'incidente e come hai vissuto gli istanti immediatamente successivi?

«Sono diventato cieco il 1 gennaio 2000. Quel giorno ero uscito di casa, come di consueto, per incontrare gli amici, quando alcuni residui di petardi fatti scoppiare la sera prima in occasione dei festeggiamenti catturarono la mia attenzione. Ne vidi uno più grosso degli altri ed evidentemente inesploso, con una miccia fatta con un foglio di giornale, bruciacchiata sulla punta. Provai ad accenderlo, senza risultato. Lo portai nei pressi di casa mia e ritentai. Niente. Dispiaciuto, decisi di abbandonarlo, dirigendomi verso l'oratorio con un amico. Poi, consapevole del fatto che potesse rappresentare un pericolo per gli altri, tornai verso casa per allontanarlo dalla strada con un calcio. In quell'istante esplose. Persi i sensi. Venni ricoverato per trentacinque giorni in ospedale a Brescia e sottoposto a diverse operazioni. Mi sono aggrappato alla vita con tutta la forza che avevo, fortunatamente ho perso solo la vista».

Com'è cambiata la tua vita?

«La mia vita è cambiata totalmente. All'età di 13 anni volevo divertirmi, non certo dedicarmi nottetempo alla scuola e allo studio. Ci vedevo bene, potevo copiare alla grande. Dopo l'incidente ero consapevole di dover investire sulla cultura per avere una buona posizione lavorativa ed un'approvazione maggiore. Conseguita la licenza media, mi iscrissi alle scuole superiori. Lì cominciai a relazionarmi con il mio handicap, ad acquisire autonomia e a farmi conoscere dagli altri per quel che ero, nonostante la disabilità. Per i miei amici, non era cambiato nulla, questa esperienza ci ha fortificati. Solo crescendo, mi sono scontrato con i pregiudizi degli sconosciuti ed ho iniziato a capire che il mondo non mi sarebbe stato sempre amico. Nonostante ciò, non mi piace allontanare una persona semplicemente perché ignora la realtà in cui vivo. Preferisco escluderla dalla mia vita quando, avendo compreso ciò che sono, non mi accetta perché non riesce a superare le barriere mentali che la rinchiudono nel suo mondo di perfetta imperfezione».

Quali ostacoli hai incontrato e come sei riuscito a superarli?

«Oggi ho capito che posso fare tutto: amo andare in bicicletta o in tandem, ho coltivato la passione per il calcio, vado con i pattini. Ognuno pratica gli sport che ama, non vedo perché, seppur attraverso accorgimenti minimi che mi hanno consentito di trovare la mia normalità, non lo possa fare anche io. Non sono diverso, mi adatto alle situazioni. Penso, però, che le istituzioni non si debbano fermare: di barriere architettoniche e mentali ce ne sono ancora troppe!».

Quali nuovi progetti ed esperienze hai intrapreso?

«Nell'aprile 2015 ho deciso di diventare consigliere provinciale dell'Unione Ciechi ed Ipovedenti della sezione territoriale di Cremona per tutelare i diritti e soddisfare le esigenze di chi, come me, dalla vita è già stato messo sufficientemente alla prova. Ho organizzato cene al buio perché volevo che i normodotati si mettessero nei panni di un non vedente ed affrontassero concretamente le difficoltà con cui io ormai convivo da tempo. Le cene al buio sono un'esperienza unica, perché lì, al buio, siamo tutti uguali, le differenze si annullano, i pregiudizi scompaiono, la paura del diverso muore. Ho progettato, grazie alla collaborazione con l'Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti, anche una scuola di ballo, chiamata "Ballo anch'io", aperta a tutti, per far comprendere che i castelli di sabbia, chiamati pregiudizi, scrupolosamente edificati nel tempo, crollano di fronte alla leggerezza di un ballerino che fa del palco la sua arena, dalla quale esce vittorioso ogni giorno, perché, al termine di ogni esibizione, ha sconfitto il male più grande: l'ignoranza. Ho voluto anche dare vita ad un servizio di trasporto gratuito, finanziato da eventi benefici e donazioni, in modo tale che ciascuno potesse frequentare i corsi di danza in autonomia».

Il progetto cardine da te ideato, che è un unicum in Lombardia, è, però, quello della squadra a cinque di non vedenti. Come è nato?

«Dopo l'incidente tutto era cambiato, ma non volevo rinunciare a giocare a calcio. Per questo nel 2016 mi sono recato presso il Centro Giovanile San Luigi, dove stava nascendo il Progetto Sportabilità e dove disponevano di un campo recintato, adeguato per la pratica del calcio a cinque per non vedenti. Lì ho incontrato il team dirigenziale dell'A.C. Crema, che ha immediatamente supportato la mia idea. Dopo aver costituito la squadra, abbiamo iniziato a respirare la stessa aria di competizione che si avverte su qualunque campo da calcio. Credo sia il progetto di integrazione sociale meglio riuscito. L'unione fa la forza: su quel campo lo capisci davvero!».

Cosa ti ha insegnato la disabilità?

«Mi ha insegnato a non fermarmi alle apparenze. Ho imparato a valutare le persone, non in base all'aspetto estetico o allo stile di vita, ma in base alle sensazioni che mi trasmettono parlando. Come dico sempre, non ci vedo, ma ci sento. Non mi sono mai innamorato di una ragazza perché era bella esteticamente, ma perché, dal mio punto di vista, era una bella persona. Un rapporto sentimentale basato esclusivamente sull'attrazione fisica è sterile, non trasmette niente, alla lunga diventa abitudine e l'abitudine uccide i rapporti umani.».

Qual è la tua più grande speranza, affinché si realizzi una piena integrazione sociale delle persone con disabilità?

«Spero che tutti possano vedere valorizzate le loro abilità. Ciascuno di noi è unico ed ha qualcosa da insegnare agli altri, anche un disabile. Disabili e normodotati hanno una cosa in comune: sono esseri umani. Mi auguro che in futuro l'aria sia meno inquinata dai pregiudizi, così da renderci tutti davvero più umani».

di Gloria Giavaldi

 

 



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